martedì 15 giugno 2010

Petroldollari; 2,9

Il secondo conflitto in Iraq.
Alla fine degli anni '90 gli stati Uniti si trovavano ad essere il paese più indebitato al mondo con un debito che raggiungeva circa il 350% del PIL, oltre ai debiti delle imprese e delle famiglie, con una povertà dilagante (36/38 milioni di persone sotto la soglia di povertà) e un saggio medio del profitto in caduta. Così per gli Usa l'obiettivo primario era, più di prima, mantenere il dollaro come unità di misura di tutti gli scambi internazionali, petrolio in primis; secondo, continuare a controllare il mercato del petrolio per incidere maggiormente nella determinazione dei prezzi di vendita, data anche la maggior dipendenza del petrolio importato che raggiungeva circa il 70%; terzo, attaccare politicamente ed economicamente tutti quei paesi che avrebbero potuto essere una minaccia per gli USA.
Dall'altra parte, l'area dell'euro era ed è la più grande importatrice di petrolio del mondo e riceve il 45% delle esportazioni dell'intero Medioriente. Il governo di Saddam Hussein, il 24 di settembre del 2000, decise di denominare la sue esportazioni di petrolio in euro invece che in dollari e sottopose la questione all'ONU. L'ONU, il 27 di ottobre, accettò di valutare la proposta e si impegnò a dare una risposta entro tre mesi. Gli iracheni avevano però minacciato di sospendere le esportazioni di petrolio in caso di una risposta negativa, circa 2,3 milioni di barili al giorno, che nonostante rappresentassero una scarsa percentuale rispetto alle esportazioni mondiali, circa il 5%, erano una quantità sufficiente per alzare il prezzo del petrolio.
Saddam si mostrò inamovibile e rispose rinviando l'ultimatum al 6 novembre. Alla fine, l'ONU concesse l'autorizzazione il 31 ottobre. Con questa decisone nasceva ufficialmente il "petroeuro".
Inizialmente la scelta di Saddam venne sottovalutata ed accolta con sufficienza perché si pensava che fosse solo una mossa "provocatoria". Solo quando apparve chiaro che stava facendo sul serio, l'amministrazione USA cominciò a prendere in considerazione la possibilità di un'azione punitiva. Infatti, denominare le esportazioni di petrolio in euro era una vera e propria minaccia verso uno dei pilastri su cui si basava l'egemonia della potenza più forte del mondo. Era anche evidente che Baghdad perseguiva un interesse politico prima di tutto. L'euro infatti si trovava ad uno dei suoi livelli più bassi (0.82 dollari per euro) e questo causò una riduzione delle entrate.
L'Iraq perdeva circa 250 milioni di dollari all'anno a causa del cambio dell'indicizzazione in euro e per gli interessi più bassi ottenuti dagli investimenti in euro invece che in dollari, somma considerevole per una nazione la cui economia era basata sulle esportazioni di petrolio e che dalla fine della guerra del Golfo Persico del 1991 era sottoposta ad un regime di sanzioni, alleggerito solo dal programma "Oil for Food". "Oil for food" era un programma attivato nel 1995 dalle Nazioni Unite che aveva l'obiettivo di permettere all'Iraq di vendere il petrolio nel mercato mondiale in cambio di cibo, medicine ed altri beni necessari alla popolazione irakena senza per questo agevolare l'Iraq nella ricostruzione del proprio esercito. Il petrolio era venduto in dollari ma l'Iraq poteva detenere in euro le riserve per importare i beni alimentari e i medicinali.
Nel febbraio del 2001, 24 bombardieri americani e britannici bombardarono alcune postazioni radar alla periferia di Baghdad ma soprattutto dopo l'11 settembre l'Iraq ritornò nel mirino degli USA: il regime irakeno venne accusato di produrre armi di distruzione di massa violando le risoluzioni dell'ONU.
Gia dalla fine del 2001 Bush iniziò a minacciare Saddam Hussein di attaccare militarmente l'Iraq se si fosse rifiutato di accettare ispezioni e nel febbraio del 2002 il governo di Baghdad si disse disposto ad accettare un gruppo di ispettori britannici al fine di esaminare le armi di distruzione di massa in mano agli irakeni.
Successivamente non andarono a buon fine i colloqui per le ispezioni e continuarono i bombardamenti americani di postazioni militari irakene.
In luglio ci fu un incontro a Vienna per cercare di scongiurare il conflitto, si riunirono il ministro degli esteri irakeno e Kofi Annan segretario generale delle Nazioni Unite, ma l'accordo non fu raggiunto.
Intanto gli attacchi aerei continuavano ed era evidente l'intenzione degli USA di scatenare un conflitto. In settembre Saddam consentì la ripresa delle ispezioni incondizionate e su tutto il territorio.
L'8 novembre il Consiglio di sicurezza dell'ONU approvò all'unanimità la Risoluzione 1441 che richiamava il governo di Baghdad ad adempiere i propri obblighi sul disarmo ma non autorizzava il ricorso automatico all'uso della forza come richiesto dagli USA e minacciava serie conseguenze nel caso in cui non avesse soddisfatto le richieste. Inoltre dava il termine dell'8 dicembre per dichiarare in un rapporto al Consiglio tutte le armi nucleari, chimiche, biologiche e balistiche in suo possesso.
In novembre il governo irakeno ribadiva di non possedere armi di distruzione di massa ma ripresero le ispezioni in Iraq e il 7 dicembre un suo rappresentante all'Onu consegnava un dossier sui suoi programmi di armamento in cui negava di possedere armi di distruzione di massa.
Sempre in dicembre, mentre il capo degli ispettori ONU dichiarava che non c'erano prove incriminatorie sugli armamenti irakeni, Bush continuava a definire Saddam un pericolo mentre il numero dei soldato statunitensi nel golfo continuava a salire.
Nel gennaio del 2003 l'euro si era rivalutato del 17% rispetto alla fine del 2001, facendo della scelta di Saddam un'operazione finanziariamente di successo.
Questo messaggio non venne ignorata dall'Iran, importante esportatore di petrolio, castigato anche lui con sanzioni economiche da parte di Washington e incluso tra gli stati dell'"occhio del male". Teheran si fece promotore dell'idea di appoggiare l'euro contro il dollaro partendo dall'indicizzazione del petrolio in euro unendo Iran, Iraq, Venezuela di Hugo Chávez e i principali produttori di petrolio nel mondo.
In tutta l'amministrazione Bush, tranne per la "colomba Powell", il coro di chi sosteneva l'intervento era unanime, nonostante l'atteggiamento negativo degli alleati europei ed arabi.
Le accuse nei confronti di Saddam Hussein erano ridicole e avevano il solo scopo di giustificare nei confronti dell'opinione pubblica interna e internazionale un nuovo attacco militare in chiave antieuropea e antirussa.
L'amministrazione americana continuava a sostenere che il Rais fosse un pericolo per l'umanità, in possesso di armi di distruzione di massa. Sarebbe stato quindi un dovere morale intervenire e liberare il popolo irakeno. Se le accuse fossero veramente queste, i primi a dover essere puniti sarebbero i governi americani dal 1980 ad oggi che hanno pagato, armato e coperto politicamente Saddam durante la guerra contro l'Iran perché rientrava nella loro strategia. All'epoca, infatti, Saddam Hussein minacciò la "guerra delle petroliere" ed utilizzò le armi chimiche contro la popolazione nemica e contro la propria di origine curda, armi che provenivano dai laboratori inglesi e americani, il cui uso era esplicitamente consentito.
Inoltre, verso la fine della prima guerra del Golfo, mentre le popolazione sciite del sud e quelle curde del nord si contrapposero al regime irakeno rispondendo all'appello all'insurrezione di Washington, i responsabili militari americani consentirono che Saddam Hussein le reprimesse. Per far ciò, tra l'altro, le armate di Saddam dovettero passare attraverso le linee Onu e solo con il consenso americano sarebbe stato possibile.
Questo per dimostrare come agli Usa interessasse mantenere la presenza fisica e politica di Saddam per poter giustificare la presenza militare americana nell'area e poter così partecipare alla gestione delle quantità prodotte e dei prezzi di vendita del greggio. Però già a febbraio del 2003 gli USA dichiaravano di essere pronti ad invadere l'Iraq e il 20 marzo scoppiava il conflitto.
Rispetto ad alcuni anni prima le cose erano cambiate. Gli Stati Uniti, pressati dalla crisi, dovevano ribadire l'utilizzo del dollaro come forma di pagamento per far affluire verso di sé grosse quantità di capitale finanziario da investire nelle attività speculative. Infatti Bush, appoggiato dalle lobby petrolifere, era consapevole della progressiva dipendenza dal petrolio estero e preoccupato che la scelta di Saddam di vendere il petrolio in euro potesse essere seguita da altri paesi.
Era altresì necessario eliminare Saddam per avere a Baghdad un governo amico per sfruttare maggiormente le risorse petrolifere e ridurre così la dipendenza dai sauditi che si stavano dimostrando sempre più inaffidabili a causa delle vicende interne alla monarchia dei Saud e che tra l'altro, nel novembre del 2002, avevano fatto sapere agli USA che non avrebbero reso disponibili le proprie postazioni militari in caso di conflitto con l'Iraq.
Iniziato il conflitto, le truppe della coalizione prevalsero facilmente sull'esercito iracheno, così che già il primo maggio il presidente americano Bush proclamava concluse le operazioni militari su larga scala. Una volta eliminato il regime di Saddam, venne diviso l'Iraq in tre zone delle quali l'esercito americano amministrava quella centrale di Baghdad e quella a nord di Kirkuk e Mosul dove è estratto il 70% del petrolio iracheno. A sud, invece, in territorio sciita, una zona molto pericolosa ma strategicamente meno importante gli USA mandarono gli alleati inglesi e polacchi.
I principale problemi si sono manifestati a nord, in zona curda. Gli Usa si erano alleati dei due principali partiti curdi: il PDK di Barzani e il PPK di Talabani promettendo loro una maggior autonomia in un prossimo stato federale. Questo mandò su tutte le furie il governo turco che voleva evitare la nascita di uno stato curdo più o meno federale e proporre la propria candidatura allo sfruttamento del petrolio della zona di Mosul e Kirkuk. Così Ankara rifiutò l'uso delle proprie basi per una penetrazione americana a nord dell'Iraq e sfidò gli Usa minacciando di entrare in territorio curdo. Il comando militare americano pensava che una volta arrivati al sud dell'Iraq la popolazione locale li avesse accolti come liberatori. In realtà, dopo la caduta di Baghdad dell'aprile del 2003, la popolazione irakena non solo non ha inneggiato ai liberatori ma ha rivendicato il diritto di darsi proprie istituzioni di governo, e ha insistito che il petrolio, dono di Allah, doveva rimanere nelle mani di chi lo possiede. Sciiti e sunniti hanno manifestato insieme sia a Bassora che a Baghdad e numerosi sono stati gli attentati verso le forze di occupazione. Tutte le componenti sociali, eccetto i due partiti curdi, si erano espresse in chiave nazionalistica contro l'occupazione americana, sia i miliziani del vecchio regime di Saddam sia i sunniti del nord che gli sciiti del sud.
Finite le operazioni in larga scala non era però terminata l'occupazione militare dell'Iraq che è infatti ancora in atto.

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