lunedì 30 novembre 2009

Petroldollari 1.5

La seconda crisi petrolifera.
Durante gli anni '70 l'Iran ottenne un appoggio incondizionato da parte degli Stati Uniti, convinti che rappresentasse il più solido baluardo antisovietico dell'area. Dal 1978 il paese precipitò nel caos con proteste e scioperi di massa. I fondamentalisti islamici accusarono lo Scià, e videro in lui e nei suoi rapporti con gli Usa la causa della nuove riforme occidentali estranee alla cultura tradizionale del paese. In questa situazione emerse un leader religioso, l'ayatollah Khomeini, che lanciò appelli all'unione di esercito e popolo per chiedere il suo ritorno dall'esilio. Il 16 gennaio del 1979 lo scià dovette fuggire all'estero e poco dopo l'ayatollah Khomeini rientrò in patria. Il trionfo della repubblica islamica aveva un chiaro obiettivo antiamericano. In aprile del 1979 l'Iran attuò una politica di rialzo del prezzo del petrolio, appoggiato dalla Libia, e si ritirò dal mercato. L'Arabia Saudita, fedele alleato americano, decise di abbassare i propri prezzi e di aumentare la produzione per paura di una concorrenza al greggio dell'OPEC da greggio di altra provenienza. Ma il prezzo del petrolio passò da 14.5$ del 1979 a 30$ del 1980 con un aumento superiore al 100%. L'aumento del prezzo del petrolio fu affiancato da una rivalutazione del dollaro e da un aumento del tasso di interesse. Sempre in questo anno, nel 1979, andò al potere in Iraq Saddam Hussein e nel 1980 si acuirono le tensioni tra Iran e Iraq.
Il 22 settembre del 1980 le forze aree irakene attaccarono l'Iran appoggiate da truppe di terra. In questo conflitto la borghesia irakena riceveva l'appoggio di USA e URSS, spaventati dall'integralismo islamico della rivoluzione khomeinista, mentre con Teheran si schieravano Cina, Corea del nord, Siria e Libia. Gli USA in particolare speravano che la sconfitta della repubblica islamica portasse al potere un regime amico con il quale potesse ristabilire il controllo dell'area. L'Iraq reclamava l'annessione dello Shatt al-Arab, la zona del delta tra Tigri ed Eufrate, che costituiva un confine di circa 200 km tra i due stati. Questa zona era fondamentale per l'Iraq, perché era l'unico passaggio verso il mare. L'Iraq aveva solo 40 km di costa, tra l'altro scarsamente navigabili, contro i 2.000 km dell'Iran. Le rivendicazioni di Baghdad nei confronti dell'Iran riguardavano il controllo dello Shatt al-Arab e le isole Tomba collocate all'ingresso dello stretto di Ormuz. Se le cose fossero andate in porto l'Iraq si sarebbe garantito il monopolio commerciale e strategico di tutto il Golfo Persico relegando gli altri paesi al ruolo di comprimari.
Inoltre reclamava l'annessione del Kurdistan iraniano, non certo per una riunificazione etnica con il Kurdistan iracheno, quanto per entrare in possesso di un'area moderatamente ricca di giacimenti minerari ed estremamente importante da un punto di vista strategico. Ma Baghdad aveva posato gli occhi soprattutto sui giacimenti petroliferi iraniani della zona compresa tra Abadan e Khoramshar.
Mentre nel 1983 gli aiuti americani all'Iraq si fecero più diretti perché le sorti del conflitto sembravano favorire Teheran, nel 1986 a causa dei successi irakeni, l'amministrazione Reagan finanziò l'Iran per ristabilire le forze in campo. Formalmente questo fu giustificato con la liberazione di ostaggi americani catturati da guerriglieri libanesi. In realtà la questione era molto ambigua e provocò lo scandalo che coinvolse alti funzionari dell'amministrazione Reagan che avevano organizzato un traffico di armi illegale con l'Iran con lo scopo di ottenere la liberazione di 50 ostaggi americani catturati da libanesi vicini all'Iran. Inoltre una parte dei proventi di questa operazione furono dirottati segretamente per finanziare i contras in Nicaragua contro i Sandinisti aggirando i divieti posti dal Congresso.
Il conflitto terminò nell'agosto del 1988 con un armistizio imposto dall'Onu. Nonostante i forti finanziamenti statunitensi e la fornitura di armi non solo tradizionali ma anche chimiche, l'aggressione non ottenne gli effetti sperati, anche perché era evidentemente interesse americano che l'Iraq non stravincesse per non creare un problema maggiore di quello che avevano cercato di eliminare.
Dopo anni di guerra, all'Iraq rimanevano un debito di 80 miliardi di dollari e nessuno degli obiettivi prefissati raggiunto: il prezzo del petrolio si era notevolmente ridotto e alcuni paesi, Arabia Saudita e Kuwait in primis, avevano estratto più greggio di quello stabilito dalle quote e a prezzi più bassi di quelli di mercato, con effetti disastrosi per l'economia irakena.

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