lunedì 16 novembre 2009

Petroldollari 1.3

La guerra dello Yom Kippur e la prima crisi petrolifera.

Il 1973 iniziò con una svalutazione del dollaro che fece scattare il meccanismo compensativo concordato l'anno precedente a Ginevra, facendo aumentare il prezzo per barile del 6,21 % (mentre la svalutazione del dollaro era stata pari al 10 %).
Subito dopo la seconda svalutazione del dollaro il regime di fluttuazione si generalizzò a tutte le monete. Il dollaro continuò ad indebolirsi relativamente alle monete più forti: il marco tedesco, il franco svizzero, lo yen giapponese. L'accordo del '72 non prevedeva nessuna protezione per i paesi produttori contro questo genere di danno. L'Opec vedeva quindi erosi ed annullati nella sostanza tutti i vantaggi acquisiti nel corso dei due anni precedenti. Essa reagì convocando una nuova conferenza con le compagnie petrolifere che si concluse a Ginevra nel giugno con l'accordo su di un ulteriore aumento del prezzo nella misura dell'11,9 % per barile. [Luciani, 1976, pag. 55]
Ma era chiaro che non era possibile continuare ad aumentare il prezzo una tantum e che il problema risiedeva nel processo inflazionistico e nel disordine del sistema monetario internazionale. Il problema era quindi politico e non risolvibile con semplici accordi tra paesi produttori e compagnie petrolifere. Così l'OAPEC (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries) decise unilateralmente un aumento del 17 %.
Poco dopo, dal 6 al 24 ottobre 1973 fu combattuta la guerra dello Yom Kippur o guerra del Ramadan tra Israele e una coalizione formata da Egitto e Siria (alla quale presero parte anche altri paesi arabi: Giordania, Irak, Arabia Saudita, Kuwait, Marocco). La guerra iniziò con l'invasione da parte dell'esercito egiziano e siriano del Sinai e delle alture del Golan, territori conquistati da Israele sei anni prima durante la guerra dei sei giorni. Durante la guerra i paesi dell'OPEC decisero di sostenere gli sforzi di Siria ed Egitto utilizzando l'arma del petrolio. Considerando che i paesi occidentali appoggiavano Israele, ci fu una riduzione mensile del 5% della produzione (che era possibile continuare per 8-10 mesi) e una conseguente impennata del suo prezzo. L'OPEC alzò unilateralmente il prezzo del petrolio per barile da 3.45 $ a 5.5 $ (+ 70%) e all'inizio del 1974 passò a 12.7 $ (+ 230%). In generale dal 1970 al 1975 i prezzi delle varie qualità di greggio subirono un aumento superiore al 500% .[Fonte: Scotto di Carlo, 1977, pag. 78]
A questa misura fu affiancato un embargo nei confronti di quei paesi che avevano offerto aiuti militari e politici a Israele (Usa, Olanda, Portogallo, Sud Africa e Rhodesia). L'embargo vero e proprio entrò in vigore il 19 ottobre dopo che Nixon rese pubblico un piano di aiuti militari a favore di Israele. Venne attuata anche una distribuzione ponderata della produzione globale del greggio ai vari stati importatori per evitare che una sovrapproduzione causasse una caduta dei prezzi. In sostanza gli stati non potevano più importare la quantità di cui avevano bisogno ma una quantità decisa dai paesi arabi dell'OPEC. Questa misura fu imposta a tutti i paesi europei eccetto la Francia (grazie al suo allineamento filoarabo avuto durante il conflitto). L'embargo comunque era un gesto simbolico, il petrolio non era mai mancato seriamente in nessun paese. Ma produsse anche significativi cambiamenti di atteggiamento e di politiche. Convinse Wall Street e Washington che non sarebbe stato possibile tollerare mai più una cosa simile. L'embargo elevava l'Arabia Saudita al rango di protagonista della politica mondiale, costringendo Washington a riconoscere l'importanza di quel regno per l'economia americana. Inoltre, spinse i leader delle multinazionali statunitensi a cercare disperatamente metodi per incanalare verso l'America i petrodollari e a riflettere sul fatto che il governo saudita mancava di strutture amministrative e istituzionali adeguate a gestire la sua improvvisa ricchezza.
Quasi subito dopo la fine dell'embargo, Washington iniziò a negoziare con i sauditi, offrendogli sostegno tecnico, attrezzature belliche e addestramento militare, nonché l'occasione di portare la loro nazione nel ventesimo secolo, il tutto in cambio di petrodollari e, soprattutto, di garanzie che non ci sarebbe mai più stato un altro embargo petrolifero. Da questi negoziati nacque un'organizzazione senza precedenti, la United States-Saudi Arabian Joint Economic Commission ["Commissione economica congiunta degli Stati Uniti e dell'Arabia Saudita"]. Nota come JECOR, la commissione incarnava un concetto innovativo, diametralmente opposto ai programmi tradizionali di aiuti esteri: faceva affidamento sul denaro saudita per l'ingaggio di società americane che investissero in Arabia Saudita. (Perkins, 2004, pag. 126-127)
Bisognava assolutamente trovare il modo per garantire che buona parte dei petrodollari ritornasse negli Stati Uniti. E l'Arabia Saudita era la chiave di tutto ciò. La sua economia doveva essere resa sempre più interconnessa e dipendente, doveva essere attirata nell'orbita americana. E anche gli stessi economisti dell'OPEC incentivavano i paesi produttori a sviluppare industrie proprie invece di limitarsi all'esportazione di greggio. L'embargo petrolifero del 1973 iniziava ad offrire vantaggi inattesi alle società americane. Washington voleva che i sauditi si impegnassero a mantenere le forniture e i prezzi del petrolio a livelli che, pur fluttuando, fossero sempre accettabili per gli Stati Uniti e i loro alleati. Se altri paesi, come l'Iran, l'Iraq, l'Indonesia o il Venezuela, avessero minacciato altri embarghi, l'Arabia Saudita, con i suoi vasti giacimenti, sarebbe corsa ai ripari aumentando le forniture; già la consapevolezza di una simile possibilità avrebbe, alla lunga, dissuaso altri paesi dal prendere anche solo in considerazione un embargo. In cambio di quella garanzia, Washington avrebbe proposto al re saudita un patto straordinariamente allettante: l'impegno a fornire un totale e inequivocabile sostegno politico e - se necessario - militare, tale da assicurare la permanenza della Casa di Saud al governo del paese. Imponeva però un'altra condizione, cioè che l'Arabia Saudita impiegasse i suoi petrodollari per acquistare titoli di stato americani; in cambio, gli interessi guadagnati da quei titoli sarebbero stati spesi dal Ministero del Tesoro per consentire all'Arabia Saudita di emergere dalla sua società medievale e diventare una protagonista del mondo moderno e industrializzato. (Perkins, 2004, pag. 134-135)
Lo choc petrolifero dei primi anni 70', nonostante fosse nominalmente guidato dai paesi OPEC, in realtà celava altri interessi che miravano all'innalzamento del prezzo del greggio. Se nelle intenzioni pubblicamente manifestate dai paesi arabi (in particolare Arabia Saudita e Kuwait) gli Stati Uniti erano il principale obiettivo dell'offensiva (nonostante fosse il loro principale alleato politico), era evidente che ne risultavano colpiti soprattutto Europa e Giappone. Mentre l'embargo verso gli Stati Uniti poteva, infatti, significare per quel paese un possibile deficit energetico di appena l'1,4%, ben più grave poteva essere l'impatto per l'Europa, (40%) e per il Giappone (28%) (Clô, 1997, pag. 164). E' vero, quindi, che in un certo senso un alto prezzo del greggio colpiva anche l'apparato produttivo americano ma in misura decisamente minore agli effetti che poteva avere su Germania, Giappone e le altre principali economie. In primo luogo perché gli USA erano comunque produttori di petrolio, anche se in misura sempre minore, in secondo luogo, grazie al ruolo del dollaro come moneta internazionale, potevano pagare le importazioni con della semplice carta, e potevano determinare la massa monetaria circolante non solo facendo leva sui tassi di interesse ma anche sui tassi di cambio, indipendentemente dalla propria bilancia commerciale, perché gli altri paesi dovevano comprare dollari prima di comprare petrolio. Infine bisognava annoverare anche i vantaggi derivanti dagli investimenti dei petrodollari.Il controllo del processo di formazione del prezzo del petrolio ha la stessa importanza, se non superiore, a quella che aveva il controllo della produzione dell'oro durante il Gold Standard. Così come l'oro con il Gold Standard interessava soprattutto per le variazioni del suo valore, dagli anni '70 in poi il petrolio interessa, oltre che come materia prima indispensabile che entra in tutti i processi produttivi sia dei paesi più industrializzati che dei più poveri, sopratutto per le conseguenze che le variazioni del suo prezzo hanno sulla determinazione dei tassi di cambio, della massa monetaria, dei tassi di interesse e infine nel processo di ripartizione della rendita petrolifera.
Il petrolio ha una caratteristica in più dell'oro, è una materia prima universale e ogni variazione del suo prezzo va a incidere direttamente sui costi di produzione di qualsiasi processo produttivo in qualsiasi parte del mondo. Il petrolio viene indicizzato e venduto in dollari, moneta che quindi risente molto delle variazioni del suo prezzo. Però il privilegio di cui gode il dollaro sarebbe un'arma a doppio taglio se gli USA non fossero capaci di controllare il processo di formazione del prezzo del petrolio.È evidente quindi come per l'economia americana sia indispensabile il controllo del processo di formazione del prezzo del petrolio perché tramite questo è possibile realmente utilizzare l'arma dell'appropriazione parassitaria della rendita petrolifera.Lo choc petrolifero dei primi anni '70 spinse i paesi più sviluppati a cercare nuovi giacimenti e a ridurre i costi estrattivi di quelli che avevano un costo di estrazione elevato. La strategia americana perseguita per tutti gli anni '70 non aveva dato i risultati sperati, se da un lato aveva permesso di scaricare i costi su Giappone e paesi dell'Europa Occidentale, dall'altro l'aumento del prezzo del petrolio aveva determinato un peggioramento delle ragioni di scambio tra USA e paesi maggiormente industrializzati, perché questi ultimi avevano migliorato la propria produttività mentre un alto valore del dollaro aveva messo in crisi le esportazioni americane.La principale conseguenza della crisi fu l'inasprimento della concorrenza tra le principali potenze. Per effetto della crisi, l'aumento del prezzo internazionale del petrolio ha reso più conveniente l'estrazione del greggio americano: mentre i prezzi negli USA dal 1970 al 1975 sono quasi raddoppiati, sul mercato mondiale sono più che quintuplicati. Questo è il primo motivo per il quale la crisi energetica grava in fin dei conti meno sugli Stati Uniti che sull'Europa. Il secondo è che i 2/3 del petrolio consumato negli USA erano di produzione interna, per cui un aumento di prezzo ottiene naturalmente un effetto molto diverso sulla economia nazionale da quello che si avrebbe se si trattasse di petrolio importato, come è invece il caso delle maggiori potenze industriali del mondo capitalista, le quali sono costrette ad importare quasi per intero il prodotto di cui necessitano. [Scotto di Carlo, 1977, pag. 43].

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2 Commenti:

Alle 16 novembre 2009 22:38 , Blogger alefederico ha detto...

molto interessante - sono molto curioso di leggere tutto il resto. Grazie per questa ottima iniziativa.

 
Alle 17 novembre 2009 18:16 , Blogger LL ha detto...

ho visto che gli amici di tgcom economia stanno segnalando questo post e allora ne approfitto per ricordare ai nuovi che un pò per volta pubblicherò l'intera tesi del mio amico mattia.

dunque se andrete a cliccare sull'etichetta alla voce
"Mattia"
vi rimarrà tutto impaginato per benino agevolando la lettura.

 

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