mercoledì 9 dicembre 2009

Petroldollari 1.6

La finanziarizzazione dell'economia.

Di fronte alla persistenza della crisi del tasso del profitto industriale la risposta (oltre alla ristrutturazione dell'apparato produttivo) fu la finanziarizzazione dell'economia. Masse crescenti di capitale impossibilitate a trovar impiego remunerativo nel mondo della produzione erano investite nell'attività finanziaria che pur non essendo un'attività produttiva, otteneva profitto mediante la produzione di capitale fittizio. Tra il 1979 e il 1982 vennero alzati i tassi di interesse statunitensi che permettevano di assorbire l'eccedenza di moneta mondiale. Venne così sostenuto il settore finanziario, ma ci furono effetti catastrofici per il settore industriale, perché la rivalutazione del dollaro colpì la competitività internazionale delle sue esportazioni. Gli azionisti volevano più dividendi e volevano che le imprese comprassero le proprie azioni per forzare un incremento del prezzo. Così durante le fusioni e acquisizioni degli anni '80 iniziò la pratica dell'acquisto delle proprie azioni grazie all'indebitamento crescente. Questo spiega perché mentre l'indebitamento raggiunse il livello più alto del dopoguerra, gli investimenti produttivi caddero al suo livello più basso.
Così, all'inizio degli anni '80, negli USA iniziò a farsi strada l'idea che non era più possibile puntare sull'espansione della domanda interna ed internazionale dei prodotti industriali. Oltre a ridurre i salari liberalizzando il mercato del lavoro con lo scopo di contrarre la domanda interna e accrescere la disponibilità finanziaria, si alzarono i tassi di interesse. Il dollaro si rivalutò rispetto alle altre valute, perché gran parte del capitale tedesco e giapponese venne attratto dagli alti tassi di interesse, recuperando in parte le perdite delle due crisi petrolifere. L'alta quotazione del dollaro rendeva convenienti le importazioni e l'industria declinava distruggendo milioni di posti di lavoro. Emerse il fenomeno della finanziarizzazione, con la quale una quantità sempre maggiore di capitale venne destinata alla speculazione finanziaria, poiché non trovava sbocchi negli investimenti produttivi; così il profitto era generato dalle elevate rendite parassitarie.
A partire dagli anni '80 emersero grandi bolle finanziarie in tutte le economie capitaliste avanzate e grazie alle fusioni e acquisizioni aumentò il valore delle azioni rispondendo alle aspettative degli azionisti. Il risultato fu una impennata dell'indebitamento senza precedenti e una crescente fragilità finanziaria delle banche.
D'altra parte, il monetarismo che ispirò la politica economica dell'amministrazione Reagan fu in realtà un insieme di politiche monetarie restrittive e di deficit fiscali. Sia l'amministrazione Reagan che l'amministrazione Bush attuarono un monumentale programma di spesa militare (keynesismo militare) e di riduzione delle imposte per i settori più ricchi del paese.
Dopo la crisi debitoria del 1982 ci fu una spettacolare crescita delle attività speculative che diventarono il fulcro dell'economia mondiale. Gli USA praticarono una politica di alti tassi di interesse per attrarre capitali e la liberalizzazione dei mercati finanziari ebbe un effetto trainante per tutta l'economia mondiale.
In questi anni nascono nuovi strumenti finanziari speculativi: gli swaps, i futures, le opzioni e i Cfd (Contract for differences). Questi sono prodotti ad alto rischio perché il profitto viene realizzato scommettendo sulle variazioni al rialzo o al ribasso dei tassi di interesse, dei corsi dei titoli, dei corsi dei cambi o dei prezzi di alcune materie prime. Il capitale, sempre più in difficoltà a realizzare profitti nella sfera industriale, è obbligato a cercare profitti e a correre rischi sempre maggiori avventurandosi nella speculazione finanziaria. Notevole importanza nello specifico acquistano gli strumenti finanziari nel mercato del petrolio. Vediamoli uno per uno.
Tipi di strumenti finanziari.
- FUTURES E' un accordo, vincolante per le parti, con il quale una delle due controparti si impegna ad acquistare o vendere un certo bene a una certa scadenza e a un determinato prezzo. Sebbene la consegna avvenga in un momento successivo, la qualità, la quantità e il prezzo del bene oggetto di scambio vengono concordati all'atto della definizione dell'accordo.
- CALL OPTION Sono contratti in cui l'acquirente ottiene, tramite il pagamento del premio, il diritto (ma non l'obbligo) di acquistare il sottostante contratto futures ad un prezzo prefissato, entro una certa scadenza.
- PUT OPTION Sono contratti in cui l'acquirente ottiene, sempre dietro il pagamento di un premio, il diritto (ma non l'obbligo) di vendere un contratto futures ad un prezzo prefissato sempre entro la scadenza stabilita.
- SWAP E' un metodo che consente di fissare un prezzo o un margine in anticipo per il greggio che produttori o consumatori hanno programmato di acquistare o vendere. Rappresenta un metodo, alternativo ai futures, e ai contratti di opzione, a disposizione di produttori e consumatori, per fissare in anticipo un prezzo per greggio, prodotti o per il margine stesso di raffinazione.
- CFD (Contract for differences) Consiste in un contratto basato sullo scambio tra le differenze temporali di un prezzo assunte dal greggio in due diversi periodi. Sotto molti aspetti rappresenta un caso particolare di swap. [Fonte: Di Benedetto, 2001]
Il mercato degli strumenti finanziari derivati ha raggiunto dimensioni enormi. Nel 2000 per esempio il mercato dei contratti futures di greggio brent ha visto scambiati circa 75/80 milioni di barili al giorno di brent nella sola Ipe di Londra, cioè oltre centocinquanta volte il livello della produzione fisica del suo greggio di riferimento e l'equivalente dell'intera produzione mondiale di greggio. [Di Benedetto, 2001, pag. 51]
La rivalutazione della moneta americana quindi non è stato il prodotto di una recuperata competitività economico-industriale, ma è stata una scelta dell'amministrazione Reagan che, se da un lato ha dato la possibilità agli USA di attrarre grosse quantità di capitale e quindi di avere un ruolo di primo piano nella ripartizione della rendita parassitaria, dall'altro ha dovuto mettere sul piatto della bilancia una ulteriore perdita di competitività da parte delle imprese statunitensi a vantaggio di quelle tedesche e giapponesi.
Gli Stati Uniti hanno usato il loro dominio e la loro capacità di gestire il sistema finanziario e commerciale mondiale per vincere di nuovo sul palcoscenico finanziario, ciò che non si potevano assicurare nel campo del commercio "normale". [Freeman, 2003]
Infatti, secondo la teoria economica tradizionale, in un regime di libera concorrenza le variazioni del valore di una moneta sono direttamente dipendenti dalle variazioni della propria bilancia dei pagamenti, ossia il valore di una moneta di una paese che importa più di quanto esporta dovrebbe diminuire mentre il valore di una moneta che esporta più di quanto importa dovrebbe aumentare. Ci troviamo però in presenza, nel caso del dollaro, di un apparente paradosso, perché le sue quotazioni continuavano a crescere anche in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa. Il dollaro vale, e valeva, molto di più di quanto dovrebbe se la sua quotazione dovesse dipendere da fattori esclusivamente economici. La causa consiste nei movimenti valutari di natura finanziaria. Solo con una domanda di moneta non derivante dall'import/export è possibile una crescita del suo valore anche in presenza di un pesante deficit nella bilancia dei pagamenti. Questo perché il dollaro svolge il ruolo di moneta di scambio soprattutto per quanto riguarda il mercato del petrolio. Però il semplice fatto di essere il mezzo di pagamento convenzionalmente usato a livello internazionale, potrebbe essere un inconveniente se gli USA non riuscissero a controllare anche il processo di formazione del prezzo del petrolio. Il petrolio è indicizzato, si compra e si vende in dollari. Controllando il processo di formazione del prezzo del petrolio, si possono modificare i rapporti di cambio del dollaro indipendentemente dalla bilancia dei pagamenti. Gli USA si trovano in una posizione unica: possono permettersi grazie al ruolo della propria moneta, di finanziare sia il deficit commerciale che il deficit pubblico (i cosiddetti deficit gemelli). Per qualsiasi altro paese sarebbe impossibile, perché la crescita del debito commerciale, per esempio, comporterebbe almeno la riduzione di quello pubblico. Infatti se la bilancia dei pagamenti aumenta la sua passività, la moneta dovrebbe svalutarsi e sarebbe quindi difficile finanziare il debito pubblico. Più precisamente, un aumento del deficit commerciale necessita della svalutazione della moneta mentre un aumento del deficit pubblico necessita di un aumento dei tassi di interesse per attirare maggiori capitali per finanziarlo con il risultato di rivalutare la moneta.
L'egemonia del dollaro consiste nella capacità che ha il paese che emette la moneta egemone, di ottenere risorse dall'estero. In altre parole è la facilità con cui gli Stati Uniti possono coprire il proprio deficit della bilancia dei pagamenti con il resto del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. L'egemonia del dollaro si basa sul suo ruolo di principale moneta nelle transazioni internazionali e soprattutto di riserva internazionale. Ciò non deriva solo dall'influenza e dal peso economico degli Stati Uniti ma dal potere politico-militare di questo paese. Gli Stati Uniti hanno ottenuto vantaggi dall'egemonia del dollaro in modi diversi a partire dagli anni '60. Hanno fatto ricorso a deficit fiscale ed estero ai quali hanno dato risposta in modi diversi. Tutte queste formule però avevano due caratteristiche comuni: incapacità di eguagliare spesa pubblica e entrate, capacità di ottenere risorse dal resto del mondo. In tutti i casi, l'egemonia del dollaro come moneta di riserva ha giocato un ruolo centrale in questo processo combinandosi con politiche monetarie opposte che hanno oscillato tra dollaro debole o forte. Alcuni autori (tra cui Calleo) hanno indicato 3 strategie:
- formula Bretton Woods (anni '60) Durante il periodo in cui vigeva il sistema di parità fissa di Bretton Woods, l'emissione di moneta ha permesso al governo americano di far fronte alle enorme spese militari per il conflitto nel sud-est asiatico e contemporaneamente permetteva agli investitori privati di acquisire industrie in Europa. Entrambi, spese militari e investimenti privati all'estero, crearono un deficit nella bilancia dei pagamenti. In pratica il capitale con cui gli Stati Uniti pagarono le spese militari e le acquisizioni estere fu ottenuto stampando banconote che finirono congelate nelle Banche Centrali straniere come debito nazionale statunitense.
- formula Nixon (anni '70) Non ridusse la spesa militare. La sua strategia era di eliminare il vincolo con l'oro e stampare dollari svalutando la moneta per sostenere le esportazioni. L'aumento del prezzo delle importazioni fece salire i prezzi interni. Contemporaneamente la bilancia dei pagamenti statunitense era in deficit e le banche straniere si videro obbligate riciclare i dollari eccedenti in Usa come buoni del Tesoro, in particolare quelli risultanti dall'aumento del prezzo del greggio di cui gli Stati Uniti erano il principale beneficiario. La formula Nixon si basava su una combinazione di deficit fiscale e della bilancia dei pagamenti, dollaro debole compensato dal riciclaggio dei petrodollari eccedenti. Verso la fine degli anni '70 la ricerca di alternative agli investimenti in dollari annunciava una nuova crisi del dollaro.
- formula Reagan (prima metà degli anni '80) Sostiene la tesi di Volcker, allora Presidente della FED, di eliminare l'inflazione. Vennero ridotte le imposte per stimolare la crescita economica. Contemporaneamente le spese militari aumentarono ritornando ai livelli della guerra di Corea e Vietnam. Il tasso di interesse aumentò e grandi flussi di capitali vennero attratti dall'estero. Il dollaro si rinforzò e il deficit commerciale andò alle stelle. Come con le formule precedenti questa aveva la capacità di ottenere risorse dall'estero anche se in scala maggiore così che i debiti gemelli (estero e fiscale) raggiunsero livelli senza precedenti. A causa del dollaro forte, molte imprese agricole e manifatturiere incontrarono grosse difficoltà a causa della competitività estera. Contemporaneamente altre beneficiarono dell'aumento delle spese militari o riuscirono ad aumentare la produttività permettendo di guadagnare posizione rispetto alle imprese europee o giapponesi. La crescita del debito estero fu molto più rapida che quella della produzione così che la fiducia nel dollaro si ridusse.
Possiamo vedere che il dollaro forte è una formula chiave per la strategia di deficit del conto corrente/eccedenza di conto capitale perché utilizza tutte le sue potenzialità per assorbire risorse dall'estero. Il deficit interno ed estero può raggiungere livelli altissimi compensati dal riciclo dei dollari dall'estero. La formula del dollaro debole, invece, è una misura correttiva che permette, incentivando le esportazioni, di ridurre la sfiducia nel dollaro derivata dell'eccessivo indebitamento.
Il deficit della bilancia commerciale tende così a diminuire a causa della maggior competitività delle esportazioni americane e il resto del mondo è colpito non solo da queste esportazioni (e di conseguenza minor assorbimento delle importazioni) ma dal flusso di dollari che devono assorbire per impedire una sopravvalutazione delle rispettive monete.
Il mercato statunitense è relativamente chiuso con l'estero, quindi ci sono grossi margini di manovra per giocare con un dollaro debole grazie alla sua relativa immunità all'aumento dei prezzi delle importazioni. Per altri aspetti il resto del mondo è obbligato ad assorbire dollari altrimenti si vedrebbe sopravvalutate le proprie monete e le esportazioni diventerebbero meno competitive.
Nessun paese ad eccezione degli Stati Uniti gode del privilegio di assimilare un deficit di grandi dimensioni senza un collasso della sua moneta, ma la svalutazione del dollaro, mezzo favorito dagli USA per recuperare la competitività nei mercati internazionali, ha l'effetto di favorire un maggior uso delle altre monete nei mercati internazionali con la conseguenza che gli USA rischierebbero di perdere questo strumento di dominio mondiale.

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