martedì 10 novembre 2009

Petroldollari 1.2

La fine degli accordi di Bretton Woods.

Alla fine degli anni '60 gli USA ebbero paura di diminuire notevolmente le riserve auree, bloccarono così la parità aurea, lasciando al mercato il compito di stabilire il prezzo dell'oro. Si può dire che il mercato dell'oro nasca ufficialmente il 17 marzo 1968. Infatti, da quel giorno, venne creato un doppio regime che manteneva il prezzo dell'oro a 35 $/oncia per le transazioni valutarie internazionali, lasciandolo però libero di fluttuare per quanto concerneva gli scambi tra privati.
Era stata stampata molta più moneta del suo valore in oro contenuto a Fort Knox. Basti pensare che gli Usa avevano 30 miliardi di dollari in riserve auree e che, solo per la guerra in Vietnam, dal 1967 al 1972 vennero spesi più di 500 miliardi di dollari. Inoltre gli USA avevano circa 110 basi militari sparse intorno al mondo ed ognuna di queste costava centinaia di milioni di dollari l'anno. Oltre a queste enormi spese militari, c'era il fatto che alcuni paesi, tra cui la Francia, avevano iniziato a richiedere la conversione delle proprie riserve di dollari in oro. Nel 1968 le riserve di oro raggiunsero un livello così basso da essere appena sufficienti a coprire la circolazione interna del dollaro. Di conseguenza all'inizio degli anni '70, precisamente il 15 agosto 1971, a Camp David, il presidente statunitense Richard Nixon annunciò di uscire dal gold standard. Lo scopo era di svalutare la massa di dollari in possesso degli altri paesi, anche se questa mossa, secondo alcune ipotesi, fu all'origine dell'enorme processo inflattivo degli anni seguenti.
In tal modo si chiudeva l'epoca inaugurata dagli accordi di Bretton Woods e se ne apriva un'altra foriera di grossa instabilità sul piano politico, economico, strategico e monetario.
Fino al 1970 il 63% del petrolio greggio era estratto nei paesi in via di sviluppo, mentre la sua produzione era sotto il controllo di multinazionali che pagavano solo un'imposizione ai paesi produttori per estrarlo.
L'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) iniziò, così, a prendere coscienza di poter utilizzare il petrolio come arma economica e politica controllando l'offerta mediante il controllo della capacità inutilizzata cioè la differenza tra la quantità massima estraibile e quella realmente estratta.
Inizialmente l'unico sistema per mantenere i benefici con il dollaro decrescente era aumentare la produzione, il petrolio era abbondante ed economico e per i paesi più industrializzati questo era perfetto.
In febbraio e in aprile del 1971 si tennero rispettivamente gli accordi di Teheran e Tripoli che vedevano i paesi produttori ottenere un aumento del prezzo del petrolio. Con l'accordo di Teheran l'aumento fu di 50 cents al barile e con l'accordo di Tripoli di 90 cents al barile. Nel 1971 la bilancia commerciale statunitense fu in deficit per la prima volta e il dollaro venne svalutato. L'instabilità del dollaro indicava che l'egemonia nordamericana era in declino, ma era anche uno dei mezzi per opporsi a questa crisi. Gli USA poterono giocare questa carta grazie alla relativamente minore importanza delle importazioni nella propria economia, perché un aumento del prezzo del petrolio avrebbe avuto ricadute più pesanti sull'economia dei paesi concorrenti, essendo questi ultimi totalmente dipendenti dalle importazioni di greggio, a differenza degli USA quasi autosufficienti. Così la svalutazione del dollaro causò maggior inflazione nel resto del mondo che negli Stati Uniti, che comunque non ne erano immuni.
In seguito alla prima svalutazione del dollaro del dicembre del 1971 i paesi produttori avanzarono nuove richieste di aumenti. Il 20 gennaio del 1972 venne raggiunto a Ginevra un accordo che prevedeva un aumento del 8,49 % del prezzo e soprattutto l'istituzione di una clausola automatica che legasse il prezzo del petrolio al dollaro. In questo modo, nell'eventualità di una ulteriore svalutazione del dollaro il prezzo del petrolio sarebbe aumentato automaticamente.
Questo accordo rivelava le preoccupazioni dei paesi dell'OPEC che vedevano peggiorare la propria posizione a causa della crisi del sistema monetario internazionale. Quindi le trattative con le compagnie petrolifere assumevano sempre più caratteristiche politiche e monetarie. Con l'accordo di Ginevra, si facevano pagare i costi della crisi al consumatore finale e non al produttore e gli USA ne uscivano avvantaggiati, oltre ai paesi esportatori. Infatti si incrementavano i costi di produzione per i principali concorrenti, i paesi dell'Europa Occidentale e il Giappone, perché almeno nel breve periodo gli Stati Uniti potevano spingere al massimo l'estrazione del petrolio nei propri giacimenti anche se iniziavano a scarseggiare e soprattutto, essendo il dollaro la moneta internazionale per le transazioni, potevano pagare le importazioni semplicemente stampando moneta. Infine gli Usa riuscivano ad ottenere vantaggi anche dal fatto di riuscire ad attrarre verso di sè il surplus dei capitali dei paesi esportatori offrendo tassi di interesse più elevati. Anche gli stessi paesi produttori ne uscirono avvantaggiati guadagnando partecipazioni nella proprietà del petrolio estratto. A causa della crisi che non permetteva più un'ulteriore espansione del capitale produttivo e quindi una crescita economica che assicurasse entrate fiscali adeguate alle esigenze del sistema, l'unico strumento di risposta flessibile stava nella politica monetaria, nella capacità di stampare moneta a qualsiasi velocità sembrasse necessaria per garantire la stabilità dell'economia. Ebbe così inizio l'ondata inflazionistica che avrebbe poi fatto svanire il boom postbellico.
Il boom postbellico fu mantenuto nel periodo 1969-73 grazie a una politica monetaria straordinariamente disinvolta da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna. Il mondo capitalistico traboccava di capitali in eccedenza ma aveva pochi sbocchi produttivi per gli investimenti: ne conseguiva una forte inflazione. [Harvey, 1990, pag. 183]
In sostanza gli Stati Uniti approfittarono della crisi energetica dovuta all'aumento del prezzo del petrolio voluto dall'OPEC, rompendo gli accordi di Bretton Woods e potendo così finanziare il deficit della bilancia dei pagamenti con il riciclaggio di dollari nei mercati finanziari nordamericani, come si vedrà più avanti. Con il nuovo regime di cambi flessibili voluto da Nixon, gli Stati Uniti eliminarono ogni vincolo con l'oro. Anche se ciò sembrava una liberazione dei governi rispetto alla rigidità del sistema di Bretton Woods, in realtà le variazioni nel rapporto tra le valute richiedevano una maggior quantità di riserve di dollari, da parte degli altri paesi, per mantenere la propria moneta stabile. Da una parte grazie al suo ruolo centrale, il dollaro era la moneta più utilizzata come riserva per gli stati e gli investitori privati, dall'altra le dimensioni del mercato finanziario americano attraevano capitali internazionali e rafforzavano il dominio del dollaro stesso.
Infatti i buoni del tesoro americano erano un investimento sicuro e allo stesso tempo permettevano di finanziare il debito estero americano. Inoltre gli Stati Uniti potevano importare più di quello che esportavano in cambio di carta (dollari o buoni del tesoro) ma fornivano anche un mercato per le esportazioni del resto del mondo. Grazie al flusso di ritorno di questi dollari l'eccedenza finanziaria del resto del mondo diventava una risorsa per finanziare il deficit statunitense. L'aspetto negativo di questo meccanismo è l'indebitamento crescente degli USA e la creazione di una bolla finanziaria, derivata dalla creazione eccessiva di credito.

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